2002
[ Presentazione del volume dell'ed. 2002 da parte di Angelo Paviolo ]

L'idea di questa prima edizione del Concorso per una Fiaba dedicata al mondo alpino si è concretizzata soltanto nella primavera di questo stesso anno: nonostante i moderni e preziosi mezzi di comunicazione, la sua divulgazione non ha avuto il tempo per essere così capillare come si desiderava e soprattutto con ogni probabilità i limiti temporali piuttosto stretti per l'invio delle opere non hanno permesso ad alcuni scrittori di parteciparvi.

Comunque il numero dei concorrenti e anche la diffusione territoriale della loro provenienza e la qualità complessiva delle opere presentate testimoniano che questo particolare settore della letteratura ha molti cultori e che quindi si deve riconoscere all'iniziativa un successo superiore alle più ottimistiche aspettative.

Alcuni concorrenti, con opere pur ritenute valide dalla Commissione, sono stati esclusi per non essersi strettamente attenuti al tema della "fiaba" oppure per non avere rispettato i limiti di spazio previsti dal bando di concorso: la Commissione ha tuttavia segnalato alcune di queste opere all'attenzione dell'Editore che ha aderito alla proposta di includerle in appendice al volume che è qui presentato.

Nel complesso si è avuta la positiva conferma che la fiaba non è morta, che non è stata uccisa dalla tecnologia imperante, e purtroppo non di rado disumanizzante; che, in altri termini, in molti sentono che al bambino si deve dare qualcosa di più caldo, di più vicino, di più "suo" che una trasmissione televisiva o un disco da ascoltare o una cassetta da vedere; che cioè la voce di una persona cara, sensibile, capace di adattare ed individualizzare i diversi momenti del racconto alla sensibilità e alla maturità dell'ascoltatore è più preziosa del ricco spettacolo e dell'immagine precisa offerti da uno schermo.

Credo e spero che alcune delle fiabe presentate al concorso derivino da questa esperienza vissuta di papà, di mamme, di nonni, di zii, di educatori: e ciò sia avvenuto non solo per quegli scritti che hanno ripreso, talora quasi integralmente, talaltra dopo qualche rielaborazione, testi di lontane "conte" popolari locali ascoltate dalla voce di familiari affabulatori o che hanno proposto, in forma moderna e attuale, protagonisti di fiabe antiche, resi ora partecipi di moderne avventure.

In alcuni elaborati si sono incontrati, ben mescolati tra loro, i momenti dolci e romantici riferibili a un passato più o meno lontano ma anche racconti di moderne avventure truci e paurose.

E questo è nella tradizione della favolistica popolare che non vuole presentare al bambino unicamente un mondo bello, buono e poetico, perché vuole insegnargli che la vita non è solo un mondo incantato di fate e di mamme buone, ma presenta anche la possibilità di incontri pericolosi e di realtà negative: e, come è nella caratteristica essenziale della fiaba, senza proporre dall'alto un insegnamento morale, ma attraverso il racconto far sì che chi ascolta possa trarre da sè una forma di esperienza, la quale gli indichi la differenza tra bene e male, tra giusto e ingiusto, rafforzi le sue speranze e le sue aspettative per il futuro e lo conduca a una scelta con la convinzione che il bene alla fine viene premiato e il male è destinato alla punizione.

Questo abbiamo trovato sostanzialmente in molte delle fiabe presentate al concorso, assieme a una diffusa e sorprendente dose di fantasia, ispirata anche dalla bellezza incomparabile dell'ambiente a cui il bando del concorso chiedeva di ispirare i racconti: la montagna, con la sua gente, con i suoi fiori, i suoi animali, la sua storia e le sue storie, le sue dure e dolci, tragiche e poetiche realtà.

Un particolare, affettuoso benvenuto è doveroso esprimere ai numerosi bambini che si sonno cimentati nel concorso riservato alle scuole: la validità delle loro opere e l'entusiasmo della loro partecipazione ripaga ampiamente il lavoro della commissione giudicatrice che ha operato con attenzione e in un clima di simpatica cordialità. E' stato molto piacevole iniziare avendoli come colleghi e terminare sentendoli tutti amici.

 

Angelo Paviolo