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LIVIO BERRUTI
Medaglia d'oro olimpica nei 200 metri piani
Roma 1960
Innanzitutto cos'è il momento magico? E' quell'insieme di situazioni, sensazioni, stati d'animo, una specie di sublimazione di benessere psico-fisico che ti permette di raggiungere un certo traguardo che non ti saresti mai aspettato di ottenere così facilmente e semplicemente. E' proprio quello che è accaduto a me nel corso delle Olimpiadi di Roma.
Sapevo di avere quasi la certezza di arrivare alla finale ma l'idea di vincere, anche se in ognuno di noi alberga sempre una buona dose di utopia, era lontanissima dalle mie previsioni. Invece il 3 settembre del 1960, tipica giornata romana ricca di colore e di calore (sia umano che atmosferico!) mi ha fatto vivere 2 ore (l'intervallo tra la semifinale e la finale) in un'atmosfera totalmente irreale, dove tutti i miei pensieri non si concentravano sul fatto che avendo vinto la mia semifinale facendo il record del mondo ero diventato automaticamente il favorito della gara bensì sulla preoccupazione di non riuscire in un così breve intervallo di tempo a recuperare le energie spese nella semifinale, anche se in questa gara, avendo corso con estrema facilità e senza fatica, mi ero concesso il lusso di fare gli ultimi 30 metri sullo slancio, visto che ero nettamente in testa.
Ed infatti, invece di scendere in pista un'ora prima della finale per scaldare i muscoli facendo delle corsette e delle partenze, come si faceva normalmente, sono rimasto fino all'ultimo al fresco nello spogliatoio sfogliando persino il testo di chimica organica che mi seguiva durante le mie peregrinazioni sportive anche se, a dir la verità, con poco successo! Per esorcizzare, poi, le tensioni dei pochi minuti che precedono la partenza, avevo tranquillamente fatto gli auguri ai miei avversari come se la gara non mi appartenesse!
Infatti la mia concentrazione era rivolta soprattutto alla mia condotta di gara, non sprecare troppe energie all'uscita dalla curva per non “ingripparmi” , insomma la competizione era un mio fatto personale, gli altri erano comparse. E la gioia provata all'arrivo era semplicemente quella di aver svolto bene il mio compito senza aver nulla da rimproverarmi.
L'emozione l'ho provata sul podio ascoltando l'inno nazionale ed ho iniziato a rendermi conto di quello che avevo combinato quando ho cercato di uscire dallo stadio: se non ci fosse stato un gruppo di carabinieri che mi ha fatto da scudo sarei stato schiacciato dalla folla di persone che si era precipitata verso di me per congratularsi!
Tutto si è svolto come in un sogno. Eppure se fossi stato superstizioso (e continuo a non esserlo, sia ben chiaro!) avrei dovuto ricordarmi che alcuni mesi prima in piazza S. Marco a Venezia un colombo centrò con estrema precisione la mia folta (a quei tempi) chioma di capelli.
Ripensai a questa non gradita avventura veneziana quando guardai, alla televisione, la ripetizione della mia finale e sentii la voce del cronista: "Livio… Livio… è primo… un volo di colombi vola sopra di noi…".
Era vero, lo schermo lo confermava: sul catino dello stadio Olimpico, proprio mentre noi finalisti dei duecento metri uscivamo dalla curva e entravamo nel rettilineo del traguardo, il cielo era solcato da uno stormo di colombe.
Una bella, poetica coincidenza e nulla più.
O forse un altro tocco magico, nel mio magico pomeriggio romano di quarantacinque anni fa.
Livio Berruti
PIERO GROS
Medaglia d'oro olimpica di Slalom Speciale
Innsbruck 1976
La parte magica della mia vittoriosa discesa nello slalom speciale di Innsbruck non è nella gara stessa, perché di essa non ricordo che piccoli brandelli: ero così tranquillo e la mente era così concentrata sul percorso e a dare ordini a tutto il mio corpo affinché non commettesse errori che non ha memorizzato altro.
Ho ben vivi invece i giorni e le ore che tale gara hanno preceduto e seguito, le attese . Quelle attese hanno qualcosa di magico, e sono rimaste impresse nel cuore: attese preoccupate, fatte di sogni e di speranze, ma anche di paure se non proprio di incubi.
A partire dall' attesa della convocazione nella nazionale olimpica: avevo buone frecce al mio arco, mi presentavo, nonostante la mia giovane età, con un certo numero di valide prestazioni e con la coppa di campione del mondo di sci alpino conseguita l'anno prima. Ero un favorito ma c'era anche molta concorrenza (Thoeni Stenmark e Interseeer), i discesisti italiani bravi erano molti, con esperienze sportive superiori alle mie, atleti che erano stati i miti della mia adolescenza .
Venni convocato e mi fu consegnata la divisa olimpica. In quel semplice cerimoniale capii veramente il profondo significato di appartenenza alla mia nazione, facevo parte della squadra olimpica e rappresentavo l'Italia, il mio paese: ero felice.
Ma c'erano ancora tanti giorni di attesa , tanti allenamenti, molte gare, con tutte le insidie che potevano comportare. Ricordo che, per smorzare la tensione degli ultimi giorni, quelli ormai del ritiro collegiale sulle Alpi in Italia, ai confini con l'Austria, venimmo accompagnati a vedere la finale della gara di okey su ghiaccio, allo stadio olimpico di Innsbruck: non mi è rimasto molto della partita, mentre vivissimo è il ricordo delle premiazione, degli atleti chiamati a prendere posto sugli scalini del podio, il terzo... il secondo... il primo; e le medaglie, i fiori, gli inni, la bandiera dei vincitori che saliva sul più alto dei pennoni. Sognavo ad occhi aperti, sapevo di non essere un outsider, anche nella nostra compagine, ma ciò che comportava una piccola sicurezza psicologica mi caricava anche di maggiori responsabilità, per i miei parenti e per gli amici della mia Valle che avrebbero puntato su di me. Sognavo ugualmente... tra una decina di giorni su uno di quei ripiani, potevo esserci io...
Ancora attese e allenamenti, ancora dubbi e la sola certezza che avrei dato tutto, certo, anche se la notte prima della gara non dormii quasi, e ad ogni risveglio, nell'attesa di riprendere sonno, mi dicevo che la mia vittoria personale l'avevo già raggiunta, perché essere lì, a rappresentare l'Italia, assieme a tanti mitici atleti era già una realtà magica.
L'ultima gara prevista e ancora nessun oro. Le attese lassù nel breve pianoro, per due volte davanti al cancelletto che immette sulla pista, dietro ad un atleta, davanti ad un altro. Amici con cui gareggi da anni, scherzi, ridi, una grande famiglia.
Ma quando infine la voce che scandisce a ritroso i secondi sino al “via” liberatorio della seconda mansh, l'amico diventa l'avversario da superare e lì, sulla pista, ho giocato il tutto per tutto. E giù, a capofitto, più concentrato che mai, con il cuore, la mente, ogni muscolo, il corpo intiero che non sanno altro, ma che miracolosamente mi portano al traguardo, a quel tempo di discesa che è il migliore, è incredibilmente il migliore , e tutto i1 mondo è in quel gruppo di appassionati che applaude, in quegli italiani che sono venuti fin lì, e sbandierano tricolori, e gridano “Piero, Piero..." , che sono io, il campione olimpico.
Poi le altre attese, nei preliminari prima di salire il più alto gradino del podio, e la medaglia sul petto, e l'inno che suona per me, e la bandiera che garrisce al vento e il cuore e la mente che ancora non si sono resi conto.
E il ritorno, una nazione, una regione, una valle, un paese, tutti in festa con te, per te, che hanno la magia di prolungare quei brevi momenti della tua gioia per farla divenire la gioia di tutti, ma che è soprattutto tua, del tuo cuore.
Per tutta la vita.
Piero Gros
STEFANIA BELMONDO
Medaglia d'oro olimpica nei 30 Km sci nordico
Albertville 1991
Medaglia d'oro olimpica nei 15 Km sci nordico
Salt Lake City 2002
Nella mia vita non ho avuto un solo momento magico, ma tanti, quelli in cui ho sentito vicino a me più, viva che mai, la presenza di Qualcuno in cui io credo e a cui mi affido. Momenti tra loro non paragonabili, eppure spesso tra loro in competizione, ma per i quali non è possibile fare graduatorie. Oggi ho scelto di chiudere con l'attività agonistica e di privilegiare quella bella realtà che appartiene alla mia famiglia, al mio essere figlia, moglie e madre: una realtà che è il miracolo dolce del mio passato, che illumina il mio presente ed è la speranza della mia esistenza futura. Ricchi di magìa, bellissimi, restano anche i momenti offerti dalle vittoriose avventure nel campo sportivo, ognuna con i suoi ricordi e le sue storie. Il mio medagliere, nei vent'anni di mia attività agonistica, annovera in totale nove medaglie olimpiche, 13 mondiali, 4 mondiali juniores, 24 gare vinta in Coppa del Mondo, 35 titoli italiani assoluti, 66 podi in Coppa del Mondo.
Un fascino magico, particolare, hanno avuto per me i due miei allori conquistati alle Olimpiadi, ambedue indimenticabili.
La prima vittoria alle Olimpiadi - 1992 ad Albertville (Francia) sui trenta Km della pista di Les Saisies - ha nel ricordo un fascino forse paragonabile a quello tutto particolare che accompagna il primo amore: una esperienza diversa, che aiuta la tua maturazione interiore, un'esperienza nuova dolce, genuina, pura. Questa corsa ebbe i contorni magici di un ambiente stupendo, di una di quelle incredibili giornate trasparenti di luce e di iridescenze che solo la montagna sa dare, e che sono di per sé un regalo generoso, fatato del Creatore: era un tracciato tra boschi bellissimi, che mi parevano popolati da uomini plaudenti o forse da gnomi in festa, che correvano tra gli alberi e avevano ai piedi degli sci rossi, come i primi che mi aveva costruito mio padre, mentre le alte, candide montagne sullo sfondo sembravano proteggermi e incitarmi a dare di più.
Sentivo la presenza quasi fisica di Dio a cui il mio cuore continuava a rivolgersi: "Signore, aiutami, dammi una mano" , soprattutto quando mi comunicarono, circa a due terzi della gara, che il mio vantaggio di venti secondi sulla concorrente che mi inseguiva si era ridotto a sette… Fu Lui ad aiutarmi, a convincermi che potevo farcela, a farmi spremere le ultime energie per riappropriarmi di quei venti secondi, per arrivare sola sul rettilineo finale, nel tripudio del mio cuore e di quello dei tanti italiani, dei molti amici della mia Valle Stura, dei miei genitori che erano lì, sul traguardo, mentre io - braccia ed occhi al cielo - ringraziavo Dio per quella gioia infinita.
Anno 2002, al di là dell'Atlantico, a Salt Lake City (dove nel 1990 avevo vinto la mia prima gara in Coppa del Mondo) . Diverso l'ambiente e diverse le vicende del mio secondo trionfo olimpico, nei 15 Km stile libero.
Poche ore prima dell'inizio della gara venne scoperta una realtà spiacevole, che ad una persona superstiziosa (non è il mio caso) sarebbe potuta apparire come segno nefasto: nella notte un ladro aveva rubato gli sci con cui avevo scelto di gareggiare e che erano stati preparati dai tecnici. Poi, durante la gara, la rottura di un bastoncino… pochi secondi certo, ma sufficienti a farmi perdere il ritmo e a costringermi ad uno sforzo particolare per riagguantare quell'atleta russa, alta e robusta, vicino alla quale mi sentivo uno scricciolo. Non la abbandonai più e lei non cedette di un metro quando cercai di distanziarla. Così fummo fianco a fianco, nella lunga volata a due sul rettifilo conclusivo e qui fu lei a cedere, mentre io volavo verso la mia seconda medaglia d'oro, verso la mia bandiera che saliva sul pennone più alto, verso il mio inno che si diffondeva nel cielo.
Sono queste le due mie medaglie olimpiche d'oro, che assieme alle altre formano un ricco medagliere che non è solo mio: è anche delle persone che mi hanno aiutato, e anche un po' dei miei tifosi che mi sono stati vicini; ed è di mio papà, di mia mamma, dei miei cari, del mio Davide e soprattutto dei nostri due figli, che ora hanno bisogno di me, come io ho bisogno di loro.
Stefania Belmondo
DANIELA CECCARELLI
Medaglia d'oro olimpica in Super Gigante
Salt Lake City 2002
Credo che l'ingrediente fondamentale che permetta ad un atleta di compiere un'impresa magica, sia la capacità di sapersi abbandonare alle sensazioni del momento: ritrovando il feeling con il proprio istinto, tornando all'essenziale. E niente, nella vita, quanto la montagna, mi ha insegnato a saper ”staccare la spina".
Ad esempio, il giorno prima della mia vittoria, ho voluto prendermi una pausa giocosa che allentasse la pressione che mi portavo dentro dal mio arrivo negli States. Poiché attorno alla nostra villetta in Woolf Creek ci capitava spesso di sera di vedere alci, coyote e qualche volpe, così quel pomeriggio, io e la mia compagna di squadra Lucia Recchia abbiamo pensato di farci una passeggiata per andare a vedere dove le alci si nascondessero durante il giorno.
Meta dell'escursione era una valletta, apparentemente non molto distante, nascosta dietro un monte. La salita ci era stata facilitata da un resistente strato di neve e la discesa in un primo momento ci aveva permesso di scatenarci come bambine, con tuffi e capriole. Ma, sulla via del ritorno, la neve si rivelò una trappola nella quale affondavamo fino alle anche e procedendo a stento riuscimmo a rientrare in tarda serata, sfinite, senza aver visto l'ombra di un alce!
Dopo una notte senza sogni, del mattino seguente, mi rimane solo un insieme confuso di ricordi. La ricognizione del Super G. è stata quasi più estenuante della gara: volevo imprimere nella testa ogni porta di quel tracciato che si rivelava insidioso sin dalle prime curve, aventi le stesse caratteristiche tecniche che mi avevano permesso di raggiungere il mio primo podio a Sant Morritz.
A questo pensiero mi sono aggrappata fino al momento della partenza e poi… il silenzio: ho visto partire Karen Putzer che ha condotto le prime curve come mai l'avevo vista fare prima, così ho pensato che per esserle davanti avrei dovuto “staccare nuovamente la spina" e riconcentrarmi sul feeling con il tracciato e la neve come fossi in uno dei miei allenamenti e non all'appuntamento più importante della mia vita.
Dopo aver ricevuto le ultime indicazioni via radio, ho tolto un guanto per toccare quella neve così diversa da quella europea e così ostile nei giorni precedenti, con la speranza di farmela amica e alleata. Dopo la partenza ricordo solo una danza lungo una traiettoria immaginaria, a volte più guidata dall'istinto che dalla memoria dei passaggi.
All'arrivo non ero riuscita ad interpretare il boato della folla né l'entusiasmo delle mie compagne, perché non riuscivo a vedere proprio quell' “ 1” che mi dava in testa alla gara! Quando finalmente ho capito, più nulla mi ha preoccupata, perché sapendo di aver dato tutto, niente avrebbe offuscato la gioia di quel giorno.
E' stato tutto come vivere il sogno di una vita: il traguardo, l'abbraccio commosso del mio skiman, gli occhi lucidi dei miei allenatori, e le mie compagne che mi issavano sulle spalle.
Subito ho avuto la certezza che a gioire con me ci fosse anche il mio primo e più importante allenatore che mi ha insegnato ad amare lo sci con tutti i suoi sacrifici e la montagna in senso lato, più che l'ambizione del risultato fine a se stesso. Da dopo la sua morte, avvenuta nell'estate precedente alle Olimpiadi, ho avuto un periodo di sconforto ed è stato proprio durante le lunghe giornate in montagna, che ho poi ricominciato a riascoltare l'eco dei suoi insegnamenti che mi accompagneranno per sempre.
Quella che ho versato in ricordo del Tony durante la conferenza stampa, è stata l'unica lacrima della giornata. Tra i miei ricordi olimpici c'è anche quello di Deborah Compagnoni che mi ha telefonato al parterre di arrivo chiedendomi come mi sentissi. Le dissi che ero frastornata, confusa e che mi riecheggiavano ancora nella testa le sensazioni vivide della mia discesa in ogni passaggio e in ogni curva. Lei mi rispose: “Bene, tienile sempre a mente perché sarà proprio il ricordo di quelle sensazioni che ti permetterà, se vorrai,un giorno di rivivere lo stesso momento magico".
Daniela Ceccarelli
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