La montagna crudele

L’ anno in cui la valanga distrusse il muro del cimitero di Ceresole, mi pare fosse l’inverno del 2008, fu davvero un anno terribile per quella valle. La neve era caduta abbondante per tutta la stagione. Ripetute nevicate avevano prodotto un manto nevoso a più strati sovrapposti, che si erano mantenuti stabili col persistere del freddo ma, a una improvvisa, appena percepibile, ondata di caldo primaverile, si scatenò l’inferno. Le valanghe cominciarono a scendere una dopo l’altra, continuando per diversi giorni e diverse notti. Interi boschi di larici venivano sradicati e portati a fondovalle frammisti a pietre e terriccio. Lo schiantarsi dei tronchi, il rotolare delle grosse pietre, l’enorme peso della massa nevosa che spingeva con una furia tremenda, procuravano boati, spostamenti d’aria e scosse al terreno come terremoti.

Tutto il versante sud della montagna, quello più esposto al sole, nel lungo tratto che va dal paese di Ceresole fino ai bastioni sotto il lago dell’ Agnel fu devastato. Le slavine erano scese in tutti i soliti canaloni di scarico, producendo vibrazioni così intense da staccare la neve anche dai meno ripidi pendii adiacenti. Diverse case vennero seriamente danneggiate, alcune completamente rase al suolo.

Io vidi questo disastro parecchie settimane dopo, a primavera inoltrata. In molti punti la strada era stata aperta dalle pale meccaniche tra due ali di neve mista a terra, pietre e tronchi, a tratti mancava non solo l’asfalto ma tutto il fondo stradale che era stato ripristinato provvisoriamente dai mezzi meccanici. Si vedevano alpeggi parzialmente coperti di neve e detriti, altri con tronchi di larice spezzati che spuntavano dalle porte e dalle finestre.

Ma la pena più grande la provai per gli animali. A decine e decine erano stati travolti, soprattutto camosci. La montagna che li aveva nutriti in pace per anni adesso li aveva traditi. Non era bastato rifugiarsi nei pendii sicuri, la neve assassina li aveva raggiunti ovunque. Le loro carcasse si ammassavano lungo le sponde dell’Orco, sporgendo dalla neve che si scioglieva, nell’erba fiorita di primavera.

Scendevo piano con gli sci, per non profanare questi poveri resti, quando la mia attenzione fu attirata da una coppia: una mamma col piccolo, vicini, uno davanti all’altra. Il camoscetto, dalle tenere cornine nuove, aveva il musetto rivolto verso la mamma, la quale pareva che a sua volta lo guardasse. La povera bestia non aveva potuto far nulla per difendere il suo piccolo, tranne che morire assieme. Per un caso i loro corpi erano rimasti composti, coricati su un fianco come se stessero dormendo. Avrei voluto seppellirli, per non farli sbranare dai rapaci. Me ne andai con un groppo in gola, portando con me quell’innaturale pietà di animale civilizzato.

Quindici giorni dopo la strada era già aperta fino alla diga del Serù, da dove salii al colle del Nivolet e lì mi fermai perché il tempo non era bello. Scendendo sciavo ai lati dell’altipiano che porta verso Punta Violetta, sostai un attimo per prendere fiato, quando vidi un camoscio correre verso di me con gli occhi sbarrati dalla paura, passò a pochi metri senza vedermi, poi cambiò direzione e puntò verso il lago dell’Agel, poi di nuovo tornò indietro verso Punta Violetta. Correva avanti e indietro senza saper dove andare, cercando invano, unico superstite, il suo branco che non c’era più. Poi scomparve, solo, sull’immensa distesa di neve gelata, sotto un cielo di piombo.

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