Molto sovente, nella presentazione di un suo racconto, l’autore afferma che il riscontro con fatti veramente accaduti e con personaggi realmente esistiti è del tutto casuale. Eppure in ogni opera letteraria che non si discosti troppo dalla realtà, ma talora anche in quelle di pura fantasia, senza che chi scrive se ne avveda, c’è qualcosa di autobiografico.
Queste pagine sono sostanzialmente un collage, costruito con affetto simpatia e rispetto, di episodi storie sentimenti raccontati da molte persone, in tempi e luoghi anche molto lontani tra loro. Posso dire che in qualche modo il racconto appartiene a quello che definirei “ il mio vissuto”.
Anche per questo un luogo che corrisponda esattamente a quello degli avvenimenti narrati non esiste, ma esso assomiglia ad un paese che si chiama Alpette e la vita di nessuna persona di questo luogo corrisponde a quella del suo protagonista, anche se ad offrire la prima ispirazione è stato un alpettese che di nome faceva Battista ed era conosciuto come “Tëch”.
Questo non è quindi un racconto di pura fantasia, anzi nulla vi è del tutto inventato, ma nasce dall’aver concentrato in un luogo reale fatti veri occorsi a personaggi vissuti qua e là, prevalentemente, ma non solo, sulla montagna Canavesana.
Per esempio: ad Alpette trovate altre realtà di cui qui non si parla per esempio sul piano culturale l’antica, gloriosa e scomparsa Banda Musicale e l’attuale importante Osservatorio Astronomico fondato da un parroco del luogo, e si racconta invece di un museo etnologico, che qui non è presente e lo è in un altro paese del Canavese, San Giorgio, ed era iniziato in modo simile a quello che è qui descritto; la vicenda tipo “secchia rapita” dell’insegna dei coscritti, avvenne in due altri paesi canavesani, Pertugio e Rivara; la lapide di Ugo è copiata da un’iscrizione nel cimitero di Fondo di Traversella; la figura di Celeste è nel ricordo di un uomo simile che mi protesse durante una difficile convalescenza nel periodo partigiano.
L’avventura umana del Tëch fu molto più semplice di quanto qui appaia quella di Battista; il luogo stesso è idealizzato ed è arricchito da personaggi anche estranei alla sua vita.
Da una decina di anni il dattiloscritto era pronto e forse sarebbe stato meglio lasciarlo in un cassetto, per sempre, o forse è stato giusto darlo a un editore coraggioso: se è così lo dirà il tempo che verrà. Io ringrazio comunque ogni lettore che avrà la pazienza di dedicare a queste pagine un poco del suo tempo.
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Cento anni fa i piccoli paesi della montagna piemontese si assomigliavano tutti. Avevano la chiesa e la canonica nel punto meglio esposto, una piazzetta con un'osteria; case di due piani con la travata si affacciavano su vie strette, non rettilinee, per rompere le correnti di tramontana, e su di esse si aprivano spesso brevi vicoli chiusi tra case di pietra così vicine che i tetti quasi si toccavano a fare un porticato ove il sole non riscaldava nell'estate nè la neve s’ammucchiava nell'inverno, e aperti nel retro su minuscole aie con stalle e fienili in proporzione.
Il capoluogo era arricchito dalla casa comune che non si chiamava ancora municipio, dalla censa ove si vendevano sale, tabacchi e chinino di stato ma anche pasta, quaderni, qualche giornale; vi erano la scuola talora ricavata in una vecchia stalla rinfrescata di calce e l'ufficio postale dove arrivavano – e da cui partivano - quattro lettere al giorno e altrettante rimesse dall'estero, in dollari o franchi.
Vi era una fontana pubblica da cui zampillava un’acqua pura e fresca di sorgente che cadeva in un grande treu in pietra martellata che serviva da abbeveratoio per il bestiame e subito sotto defluiva nel lavatoio comune, una vasca infossata ove pescavano pietre quasi lisce per insaponare e sciacquare i panni; e vi era un forno sociale in cui le famiglie andavano a turno, tre - quattro volte nell’anno, a cuocere il pane di barbarià , in grosse forme tondeggianti da conservare in apposite stagere pensili, dove il tempo le rendeva dure come il cuoio e venivano tagliate - con coltelli Marietti affilatissimi - in fette secche, croccanti, sottili e preziose, da masticare adagio, con cura, perché durassero a lungo.
Vicino al forno, sotto un porticato col tetto di lose, mentre il pane cuoceva gli uomini sedevano su spesse panche di pietra e chiacchieravano : il luogo era chiamato il Parlamento, scherzosamente ma non troppo, perché vi si discuteva di tante cose delle quali i consiglieri eletti avrebbero dato conto nelle semestrali riunioni ufficiali.
Lontane, sparse su crinali di roccia o in vallecole ombrose, in luoghi in cui le colture e i prati sarebbero stati meno produttivi o addirittura impossibili, erano decine di borgate: le più popolose con una fontanella, un forno, una cappella minuscola dedicata sovente a un santo strano, ignoto altrove ma qui patrono affidabile e venerato come martire della leggendaria legione tebea.
Ignari e innocenti bambini erano destinati a portarsi dietro per tutta la vita nomi strampalati di cui altrove si sarebbero vergognati. Ma non lì, tra le montagne, ove i Besso, i Chiaffredo, i Magno, i Defendente, i Sulspizio, i Membotto erano accettati come normali.
Ma più frequentemente i piccoli erano battezzati con nomi più diffusi, ripetuti sempre nella stessa famiglia, soprattutto per i primogeniti, a ricordare nella genealogia generazioni di Giacomi e di Battista, di Anne e di Domeniche, di Lorenzi e di Giovanni in serie infinite come le infinite ramificazioni del nucleo primitivo, a fare confusione non solo per gli uffici dell'anagrafe ma tra gli stessi parenti.
Qualcosa di analogo avviene anche per i nomi dei paesi, e quelli della valle in cui è ambientato questo racconto non fanno eccezione: ve ne sono alcuni con denominazioni uniche e altri che per essere identificati hanno bisogno di essere specificati con l'aggettivo Canavese; per alcuni l'etimologia è così ovvia da essere chiara a tutti, per altri gli studiosi di toponomastica si arrampicano sui vetri e chiamano in aiuto la lingua celtica se non una più generica origine preindoeuropea, e su di essi si intrecciano leggende, fantasie, favole e i laureandi scrivono lunghe tesi sempre meno probabili.
Alpette è un antico paesello che deve il suo nome alle piccole case dei pastori che ne colonizzarono la montagna; è a una quota di circa mille metri, in posizione tale da permettergli qualche produzione su piccole terrazze ottenute attraverso lotte generazionali contro pietre, cespugli, eriche e dilavamenti: sacchetti di segale e di fagioli, un po' di grano saraceno, due tagli scarsi di buon fieno aromatico e, a partire dal XVIII secolo, la preziosissima patata.
Ma erano gli ultimi boschi di castagno appena sotto il paese e i pascoli alti sulla montagna con i faggeti e i querceti, le betulle che venivano su ovunque, i frassini capitozzati per farne fascine di foglie con cui nutrire, d'inverno, le pecore, le capre e le più rare mucche, a costituire la ricchezza agraria degli alpettesi: anche se qualsiasi altra parola riferita alla realtà economica di questa gente sarebbe più appropriata di ricchezza.
Per sopravvivere molti uomini lasciavano gran parte dei lavori agricoli alle donne e ai bambini e trasmigravano a fare di tutto un po', il muratore o il calderaio, il bracciante o il minatore: nella vicina campagna canavesana, nella pianura piemontese, in Francia o nelle lontane Americhe. Altri tra maggio e ottobre curavano i campi e i pascoli, i boschi e la stalla, ma poi, tra fine autunno e metà primavera, divenivano itineranti e giravano quali posatori di tetti, costruttori di muri a secco, carbonai, o erano spazzacamini, calderai, vetrai, arrotini, succhiellai e così via.
In questo ambiente nacque, visse, morì Battista. Molto di quanto di lui viene detto è se non vero almeno verosimile e molta fantasia ha colmato gli spazi che egli stesso, nella sua vecchiaia vivace e ricca di ricordi, lasciava liberi per la creatività di chi lo ascoltava. E comunque se non proprio a lui qualcosa di simile a quanto è qui raccontato è successo a qualche altro alpigiano canavesano.
Vi fu su quelle montagne un bambino nato in circostanze simili e un altro che venne iscritto allo Stato Civile in modo tale da creare una gran confusione; vi furono uomini che trascorsero la vita ramingando di luogo in luogo disponibili a qualsiasi mestiere onesto; vi si racconta di masche che erano pietose e sapienti medicone e ne sapevano quasi quanto una levatrice e vi sono canti e storie che sarebbero persi se qualcuno non fosse andato, nella seconda metà del 1900, a raccoglierli con un registratore: da Battista o da altri montanari come Giacomo Giacomino di Cintano (1900 - 1976) che tra altre preziosità ci ha permesso di conservare il dolce canto che ha ispirato questo racconto e ne fa in qualche modo il motivo conduttore. Vi furono preti come don Casimiro che riuscirono a coniugare la propria fede con la propria anarchia e storpi angelici come Cadorna e sagge medicone come Menica e vecchie pastore come Gemma. Ci sono quindi state persone e vicende, simili a quelli che mi accingo a narrare, in tutte le valli, in tutti i paesi di montagna e maggiormente nei borghi piccoli e sperduti, che gli itinerari turistici ignorano e le carte al diecimila segnano con un punto, talora con una croce per la cappella, e la traccia tenue di un sentiero ormai difficile da ritrovare, e intorno tante linee ondulate, vicine vicine, per farci sapere che lì c'è una salita ripidissima, e non vi si arriva che a piedi. E allora non ci andiamo neppure...
Forse lassù troveremmo ancora un vecchio saggio e innocente che ha tante cose da raccontare: prima di andare per sempre nel silenzio freddo della notte, in quel cielo che qui è così vicino e luminoso di mille e mille lucine, e che pare un grande villaggio di borghi e di grange, ove ancora vivono e vegliano e amano tutti coloro che furono e di cui non sappiamo e non sapremo mai nulla.