Il fiasco di Oreste

Nei paesi della mia valle in quei tempi, quando c’era del vino da bere, bevevano tutti. Parlo degli uomini, naturalmente, per le donne era un altro discorso. Se non bevevi non eri un uomo. La razione minima in osteria, proprio quando si era di corsa, era mezzo litro. Se dicevi che era troppo ti chiedevano se eri malato. Mezzo litro di barbera offerto da un amico non si poteva rifiutare. Non voleva mica dire ubriacarsi. Per quello ci voleva ben altro. Per “fare ciucca” come si diceva ci andava la compagnia, non andare a lavorare, lasciare a casa la moglie da sola con le bestie e i figli, tirarla per le lunghe magari per giorni. Si poteva fare qualche volta nelle feste grosse ma non doveva capitare, e non capitava, troppo spesso. I soldi erano sempre meno della sete e poi il biasimo della gente contava. Un “ciucatun” era uno da poco, un pelandrone, uno da non sposare proprio.

Però qualcuno cedeva e allora bere diventava un bisogno, oggi diremmo una dipendenza, una droga, allora si diceva il vizio.

Oreste era un ciucatun, il campione della sbornia, il bevitore per eccellenza del paese.

Teomondo Scrofalo – Il Bevitore

Piccolo di statura, biondiccio, guardava l’interlocutore di sottecchi con degli occhi azzurri sfuggenti e acquosi. Era un uomo dalla personalità doppia, timido, quasi gentile da sobrio, diventava nervoso e arrabbiato col mondo, da ubriaco. Ormai non reggeva più il vino, bastavano due bicchieri per ubriacarlo. Oreste non era un amante del vino, era molto di più, era un adoratore del vino. Quella bevanda scura per lui era sacra, valeva qualunque sacrificio e qualunque rinuncia. Non che fosse un intenditore, beveva qualsiasi brodaglia colorata di rosso. Altro che metanolo!

A forza di sbattere nelle cantonate dei muri e sul selciato delle mulattiere, aveva sulla testa, sulla fronte e sul naso una varietà di ecchimosi, di bernoccoli, di graffi, di croste, alcune in via di guarigione, altre fresche col sangue appena raggrumato, che lo facevano maculato come un giaguaro.

Cadere per Oreste era un’arte. In qualunque modo cadesse, di fianco, di schiena o a faccia avanti, la mano che reggeva il fiasco era sempre in alto, sempre in salvo. Una volta sola, a memoria d’uomo, ruppe il fiasco. Una tragedia! Non era ancora nemmeno ubriaco, il fiasco era ancora pieno quando per una misteriosa causa gli sfuggì di mano frantumandosi a terra. Gli occhi sbarrati, incredulo come ricevere una coltellata al cuore, poi con un urlo disumano da animale ferito, buttarsi carponi a sorbire con le labbra, tra la terra e i vetri, l’ultimo vino rimasto tra gli interstizi delle pietre del selciato. E poi le maledizioni, le bestemmie terribili, la sfida diretta al Padreterno, – Scendi giù vigliacco! Fatti vedere se hai coraggio!

La sfida al Padreterno ricorreva spesso nei momenti topici dell’arrabbiatura. Ogni tanto qualcuno gli faceva osservare: – E se scendesse e fosse più forte di te? –Va bene. Le prendo!

Copertina ALAN FORD n.117 – SUPERCIUK VIVE ANCORA, CORNO EDITORIALE

Rimase memorabile la sua impresa per rincasare in quella notte d’inverno. Un inverno vero, di quelli di allora, con due metri di neve appena caduta. Le mulattiere ancora da spalare e la notte senza luna con un residuo di nebbia. Oreste avanza sprofondando fino alla cintola, cercando di orientarsi in quel pallore ovattato, infila una conca che crede la strada tra i due muretti ma è l’alveo del torrente colmo di neve. Avanza a fatica, la conca comincia a impennarsi, la salita diventa ripida, non ci sono appigli, scivola in basso per diversi metri, riprova ostinato e di nuovo ricade al punto di partenza. Di nuovo riprova e di nuovo ricade per ore. Il torrente è ormai una pista da bob. Oreste con gli abiti inzuppati e sbrindellati sarà ritrovato all’alba dai primi spalatori, tremante e intirizzito, ma col fiasco del vino salvo!

C’erano giorni in cui il livello di sbornia scendeva. Che sparisse proprio del tutto era difficile, ma almeno riusciva a non biascicare le parole e a camminare dritto. In quei giorni Oreste si metteva a lavorare. Lavorava quasi sempre da solo. Le imprese, conoscendolo, non lo prendevano volentieri. A lui, che pativa farsi comandare, andava bene così, era più libero di far come voleva e non correva il rischio di far male a nessuno.

Prendeva quindi lavori da solo. Erano quasi sempre lavori marginali, di poca importanza. Ma capitava anche che fossero lavori rognosi, che non piacevano agli altri. Come quella volta che c’era da portare sulla provinciale una decina di tronchi di castagno lunghi più di tre metri. Roba pesante, materiale da costruzione. Occorreva trascinarli allo stradone, ma prima bisognava attraversare i prati sopra le case del paese. E lì era il problema. Nessuno se l’era sentita di provarci da solo, col rischio di vedersi scivolare giù un tronco e sfondare qualche uscio o, peggio, travolgere qualche persona. Mettere una squadra voleva dire mangiarsi il guadagno. Si fece avanti Oreste e prese il lavoro. Piantò nei prati sopra le case, a distanza di una cinquantina di metri uno dall’altro, dei robusti paletti conficcati nel terreno, a cui, in sequenza, agganciava, legato con una lunga corda, un tronco alla volta che faceva rotolare a mo’ di pendolo usando una leva di legno. Ci mise un giorno per spostarli tutti. E il giorno successivo li trascinò alla provinciale.

A Oreste, questo suo sapersi ingegnare nel lavoro gli era riconosciuto e lo assolveva dal disprezzo per il vizio di bere. Certo battute pesanti in compagnia ne doveva sopportare ma il disprezzo no.
Invecchiato precocemente da una vita siffatta, rimasto solo dopo la morte della madre, andò quasi volontariamente a farsi ospitare al “Cottolengo” di Viù. Nessuno pensava resistesse a quella clausura e invece stupì tutti. Oreste si adattò perfettamente. Cambiò vita. Ubbidiente e gentile con le suore, smise quasi subito di bere, tanto che potevano mandarlo a fare le commissioni a Viù senza che si perdesse nelle osterie. Divenne l’uomo di fiducia, non bestemmiava più e da ultimo andava persino a messa al mattino.

Terminò sereno, tra le cure delle suore, i giorni della sua selvaggia vita.

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