La vipera gentile

Ai tempi della mia infanzia in montagna di vipere ce n’erano proprio tante. A noi bambini veniva insegnato a non appoggiare le mani sui muretti di pietra a bordo delle mulattiere, a far attenzione nell’attraversare i prati, specie quelli esposti al sole, che le vipere amano il caldo, a non toccare mai con un bastone o con un ramo un rettile fermo. Se capitava di essere inseguiti, e poteva capitare, non tanto dalle vipere quanto piuttosto dalle grosse bisce giallo e nere, le “gaie” che in primavera erano piuttosto agitate, allora, se si era su un prato ripido, bisognava evitare di correre in discesa che quelle, saltando sulla coda ti prendevano subito ma bisognava correre di traverso al pendio che loro facevano più fatica e dovevano rallentare per non rotolare verso il basso.

Io avevo molta paura dei rettili in genere, non è che quando le vedevo distinguessi le vipere dalle bisce e bastava un fruscio nell’erba o tra le foglie a farmi rabbrividire, anche se spesso era solo una lucertola o un ramarro. Comunque a me le serpi non mi inseguirono mai. Inseguirono invece diverse volte a mia mamma Dina che scappava gridando come una matta in preda a un terrore incontrollato. Le inseguitrici, dopo pochi metri si fermavano e rientravano nella loro tana, così mio padre che accorreva con il bastone non riusciva mai a prenderle. Però una volta una la prese. Fu quella volta che Dina era entrata in cantina a scremare il latte dai bassin di rame e quando si girò per uscire, sulla porta rimasta aperta, una grossa vipera, di traverso sopra il voltino, la guardava beffarda, saettando con la lingua biforcuta, come dire: togliti che voglio bere il latte. Dina, prigioniera in fondo alla cantina, dovette gridare e chiamare per più di dieci minuti e quando mio padre, finalmente arrivò per uccidere la vipera,  trovò la moglie madida di sudore nonostante il fresco della cantina.

Che alle vipere piacesse il latte era risaputo. Si raccontavano diverse storie di vipere che andavano nei prati, durante il pascolo a succhiare il latte dalle mammelle delle mucche o delle capre. Ricordo la storia di un vecchio che lasciava libere le sue capre di pascolare sulla montagna e, stanco di trovare alla sera sempre una solita capra munta, si appostò un giorno di nascosto a guardare gli animali prima di chiamarli. Vide allora la capra  salire sopra una grosso masso e rimanere immobile, dopo un attimo vide la vipera che salita a sua volta sul masso, si avvolse alla zampa della capra e protendendo la bocca aperta prese la mammella e succhiò il latte. Finita l’operazione la vipera tornò sotto nella tana e la capra, tranquilla, scese assieme alle altre.

Poi la mia famiglia venne via dalla montagna e io di vipere non ne vidi più. Le ritrovai quando, da adulto, presi a salire in montagna. A vederle mi facevano ancora senso ma non ero più un bambino e cercavo di vincere il ribrezzo di quello strisciare tra l’erba. Negli anni mi capitò varie volte, senza volerlo, di andargli molto vicino senza essere mai attaccato. Anzi, penso che molte volte le abbia sfiorate senza accorgermi. Col tempo mi sono diventate più famigliari e adesso, passato il primo attimo di sorpresa, le guardo con simpatia.

Veramente il primo incontro ravvicinato fu abbastanza rischioso. Scendevo di corsa da rifugio Davisio, a quei tempi dalla montagna scendevo solo di corsa! e, mentre balzavo da una pietra all’altra del sentiero, vidi sotto di me una vipera ferma al sole, proprio dove sarebbe andato a battere il mio scarpone. Ero ormai in aria, non potevo più cambiare passo, riuscii con un colpo di reni ad allungare il salto e atterrai a una spanna dalla vipera. La vidi, con la coda dell’occhio, sobbalzare dalla sorpresa ma non mi fermai a chiederle scusa.

Un’altra volta salivo in compagnia di mia moglie Luisa, sempre sopra Forno Alpi Graie ma dal versante sud. Camminavo sul sentiero guardando in giro e chiacchierando quando sentii Luisa gridare:

  • Attento! La vipera!
Veduta Forno Alpi Graie

Ero a cavalcioni di un cespuglio di rododendri e la vipera era distesa sui rami, tra le mie gambe, tra l’altro scoperte perché in pantaloni corti. Rimasi fermo a guardare la bestia, anche lei ferma, con la testa alzata. Tra i due era certamente la più veloce. Trattenendo il fiato, mi appoggiai a monte sul bastone e tirai su la gamba non troppo in fretta. La vipera rimase immobile.

L’incontro più eclatante mi accadde però molti anni dopo. Era una bella giornata d’estate e con Luisa e il fedele Lupo, scendevamo sui prati degli alpeggi nel vallone d’Ovarda. A un certo punto ci fermammo vicino a un masso, stendemmo le giacche a vento sull’erba e mangiammo qualcosa, con Lupo seduto in mezzo che si prendeva anche lui la sua razione di biscotti. Rimanemmo lì una decina di minuti poi invitai Luisa a scendere che io, raccolte le cose nello zaino, l’avrei raggiunta di corsa. Così lei s’incamminò col cane che le saltellava di fianco. Io, in ginocchio nell’erba vicino al masso, con lo zaino in mano, mentre infilavo giacca a vento e borraccia, sentii un soffio d’aria sulla guancia. Alzai la testa, l’erba era immobile non c’era un filo di vento, mi riabbassai a continuare e di nuovo il soffio d’aria. Questa volta più netto, più freddo, accompagnato da un leggero sibilo. Proveniva dal masso. Mi voltai, la vipera era a meno di trenta centimetri dalla mia faccia che soffiava a più non posso. Mi sembrò enorme. Scattai come una molla di lato e la guardai scendere lentamente nella sua tana sotto la pietra. Quando raggiunsi Luisa avevo ancora i brividi di sudore freddo. Commentammo il rischio che avevamo corso, se la bestia fosse stata nell’erba o se noi ci fossimo appoggiati al masso. Di come non ce ne fossimo accorti, né noi né il cane, per tutto il tempo rimasti sul posto. Quella vipera avrebbe potuto tranquillamente mordermi in faccia invece mi aveva avvisato. Voleva solo essere lasciata in pace. È stata davvero una vipera gentile, spero che sia vissuta a lungo, sfuggendo alle poiane.

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